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Molto più di una storia d’ufficio: come riconoscere l’ingresso alla tua vera ricchezza professionale – di Lorena Bullo

Molti Executive si chiedono come sia possibile che, dopo anni di lavoro intenso, di dedizione e l’aver esercitato la capacità di adattamento e la disponibilità h24, non sia ancora arrivato il momento del riconoscimento del ruolo, della dirigenza, della promozione, del meritato bonus.

Le cause possono essere molteplici e forse anche tu le hai infine, giustificate tutte.
Il racconto che segue è tratto da una storia vera ed è narrata anche per te, con il semplice scopo di ispirarti, farti accedere ai tuoi ricordi professionali con occhi nuovi e incoraggiarti a recuperare nuova curiosità verso la tua esperienza professionale. Ti serviranno quasi 10 minuti.
• L’idea è di scoprire la fiducia e la forza che già hai utilizzato nella tua carriera invitandoti a riflettere sul potere benefico tuo disponibile e attivarti subito con successo. 
Siamo in Italia, nel 1991. Mani pulite in arrivo come uno zunami soprattutto sulle grandi imprese italiane, i mutui viaggiavano a 2 cifre e una qualche paura sociale e politica nuova si stava formando come una nebbia fitta fitta d’inverno in campagna.
Un giorno normale di primavera, ero alla mia scrivania a sbrigare corrispondenza e a passare le telefonate al Presidente dello Studio. È  uno studio importante perché tratta delle questioni altamente delicate e specifiche di commercio internazionale. Per lo più contrattualistica focalizzata alle operazioni straordinarie europee di M&A (Merges & Acquisition, una pronuncia così era quasi meglio di un profumo e probabilmente era anche per questo andava anche molto di moda).
Pochi studi privati imprenditoriali a quell’epoca, potevano permettersi il rischio e il coraggio di uno start-up in due città europee così importanti come Milano e Parigi ma il mio Capo ce l’aveva fatta.
Quel giorno vengo convocata dal Presidente nel suo ufficio perché era entrato un nuovo Dirigente, di fama internazionale di cui avrei dovuto occuparmi personalmente: l’ing. Gigetti Paponzio.
Ringraziai della fiducia accordatami per questa nuova importante responsabilità e rientrai alla mia scrivania.
• Ero furiosa.
Va bene che ne avevo le capacità e l’esperienza che mi permettevano di farlo, ma non ero una carrierista; io avevo anche altro da fare e le responsabilità che avevo erano già più che sufficienti a farmi rientrare a casa la sera stravolta e incapace di mettere insieme una frase di senso compiuto.
Neanche termino il pensiero ed ecco che il nuovo capo mi chiama nel suo nuovo ufficio per presentarsi o meglio, per dirmi quali fossero le sue attese, le sue consuetudini e come desiderava che procedesse il lavoro tra noi.
• Presi atto.
Va bene che non eravamo ancora al digitale ma neanche ai primi del ‘900!
In ufficio seguivo già il Presidente, l’Avvocato e il Conte (avrei preferito un Principe, ma bisognava accontentarsi) senza dimenticare l’organizzazione generale delle attività d’ufficio, l’interfaccia con Parigi e l’amministrazione… mi ci mancava solo l’ingegnere rigido, pieno di regole e di sé… fortuna che almeno era educato e rispettava le priorità delle attività già in essere che gli avevo enunciato.
Un paio di mesi e sarebbe arrivata l’estate, le due ragazze che erano in ufficio con me, lavoravano con tranquillità e allegria. Mi consideravano una stacanovista che non sapeva fare il gioco di squadra ed io pensavo esattamente lo stesso per il gioco di squadra mentre sul carico dato nella distribuzione dei compiti ero di tutt’altro parere.
• Poco male, almeno non mi annoiavo e poi, avevo altri problemi di cui occuparmi che non perdere tempo in chiacchiere per allungare le mie giornate.
Fortunatamente quelle stesse giornate iniziavano ad essere belle e solari, mi piace il caldo e il sole mi rallegra. Nonostante le difficoltà a casa, trascorrevo volentieri la domenica all’aria aperta con delle lunghe passeggiate che mi staccavano dalla realtà, permettendomi la ricarica ideale per me.
Anche andare a ballare mi staccava dalla realtà e mi dava energia nuova. Il fatto poi che ballassi liscio mi staccava ancor di più anche dalle mie colleghe e dalle loro predilette discoteche anche se un po’ mi dispiaceva. Forse ero io di un’altra epoca ma poco male: tra poco ci sarebbero state le vacanze estive e non vedevo l’ora di vedere il mare!
Le settimane passavano e stavo imparando a conoscere questo nuovo capo, che era effettivamente un po’ rigido, ma anche simpatico seppure un po’ fuori dagli schemi. Pensa che durante la giornata, aveva l’abitudine di entrare nel nostro ufficio, per fare una sorta di mini-break (diceva lui) raccontando aneddoti e sfoggiando le sue abilità fisiche facendo leva i suoi tricipiti facendo esercizio tra una scrivania e l’altra come fosse in palestra. Terminata l’esecuzione passava alla dimostrazione raccogliendo il plauso dalle colleghe.
Come? Alzando la manica della camicia e facendo misurare-toccare-verificare direttamente il risultato di tale prodezza!
Io avevo tanto di quel daffare che se mi fossi fermata anche solo un attimo, il Presidente o chi per lui, mi avrebbe immediatamente convocato per un supercazziatone e nuove risme di lavoro. L’ultima volta che mi ero fermata e permessa di dare un piccolo contributo professionale ero stata subito redarguita a dovere; io non ero non stata assunta per pensare.
Figurati se potevo mettermi li a tastare i muscoli dell’ultimo arrivato!
Comunque mi era simpatico e quando ebbe l’incarico di consulenza alla Sussannini SpA lo divenne anche di più perché questo incarico molto importante doveva concludersi con una relazione molto accurata e complessa per la quale venni chiamata per dare una mano.
Non so come, ma capii che questo ingegnere capo voleva davvero farmi partecipe, almeno per la parte di mia competenza: velocità di trascrizione, formalizzazione della pagina e lay-out del documento (già così mi sembrava un miracolo) e così potei pensare di tornare ad essere me stessa. Fosse stata la mia competenza o la mia responsabilità nel fare come meglio credevo, cosa importava? Fosse stato anche solo per quel documento pensai che ne sarebbe valsa la pena e non mi sbagliai: fu un successo. Per lui certo ma anche per me perché mi fece poi i complimenti.
Dopo quell’episodio mi accorsi che l’ingegnere aveva leggermente modificato atteggiamento nei miei confronti e, allo stesso tempo, lo vedevo incerto…non so come spiegare, come se ogni volta mi vedesse automaticamente gli si dipingesse un bel punto interrogativo sul volto…
Sentivo che da una parte lo affascinavo e non era per il mio aspetto piuttosto per quell’incongruenza del mio essere vero e il mio essere in ufficio che non sapeva spiegarsi.
Mi accorsi di questo quando un giorno mi chiamò. Ogni giorno alle 12,30 circa mi chiamava per la sua colazione (“quick lunch” come diceva lui) che regolarmente gli procuravo senza esitazione anzi mi divertiva perché voleva sempre la stessa: un the caldo e una fetta di torta (aspettavo di vedere se mai una volta avesse avuto il coraggio di cambiare qualcosa). Talvolta gliela lasciavo con il giornale e talvolta restavo a fargli compagnia e in attesa che il suo rituale terminasse e mi dicesse gli appuntamenti, ecc. ecc.
Quella volta lo osservai meglio, c’era un che nel suo modo che mi indusse a domandare se ci fosse qualcosa che non andasse, o se ci fosse un qualche problema che in qualche modo avrei potuto aiutare a risolvere, o semplicemente se avesse voluto parlarmene….
Cambiò espressione. Rimase visibilmente turbato, una frazione di secondo, negò vistosamente e mi congedò.
Qualche giorno dopo, non ricordo esattamente, mi richiamò con lo stesso rituale della colazione. Ero lì seduta diffronte a lui e attesi. Al termine chiedi se avesse bisogno d’altro ed egli disse no; così mi alzai e, mentre stavo per varcare la soglia del suo ufficio per tornare alla mia scrivania, disse: “ cara…ma a lei non piacciono i muscoli?”
Che vanity man! “ a me non piace toccare i muscoli …a me piace sentirli!” dissi mimando l’azione e me ne andai.
Bene, colpito e affondato, il gioco era cominciato!
Il resto è storia. Fu l’inizio di una carriera sfolgorante e rapida.
Non bisogna essere grandi manager o figli di una buona stella per esserlo veramente! E non è questione di ruolo o di contratto. A volte basta il coraggio di essere se stessi! Normalmente spontanei e fiduciosi del valore che produciamo attraverso il nostro contributo, il nostro proprio operato: il lavoro per il quale accettiamo lo stipendio.
Naturalmente non volevo certo sfidare il mio capo, ma semplicemente distinguere gli ambiti di lavoro in cui è richiesto un contributo professionale esperto dalla relazione umana che, indipendentemente dalla gerarchia (molto chiara all’epoca) poteva tranquillamente essere “alla pari” tra adulti capaci di lavorare e anche di divertirsi. Quell’amicizia è viva ancora oggi.
Professionalmente ebbi anch’io i miei fallimenti e belli tosti. 20 anni di montagne russe in cui, ogni volta che mi adeguavo, dimenticavo di seguire il mio intuito (vedi autostima) oppure mi accontentavo del Capo di Turno e del Collega Invidioso Falso Amico era una debacle…
Ma questa è un’altra storia!

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