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Hey tu, manager! Hai mai provato a farti cercare dal lavoro? – di Nicola Fidenzio

È innegabile.

Il mercato (sì, anche quello del lavoro) è radicalmente cambiato: parola di millennial.
Che ne sa un millennial del mercato del lavoro?
Nulla. Io faccio parte di quella generazione “bruciata”, entrata nel mondo del lavoro all’inizio della peggior crisi economica dell’ultimo secolo.
Faccio parte di quella generazione cresciuta a suon di “studia così ti trovi un buon lavoro” ma poi “non c’è lavoro, però dovresti accettare questo fantastico stage per fare esperienza, perché quello che hai studiato non serve niente nel mondo vero“.
Fresco di laurea, pronto a iniziare un percorso lavorativo, me ne sono uscito dall’università già ben consapevole che la mia situazione fosse di un colore leggermente diverso dal proverbiale roseo.
Hai presente il bi-pensiero orwelliano?
Intendo la simultanea consapevolezza che la bottiglia sia-e-non-sia sul tavolo e la contemporanea accettazione di entrambe le verità.
Ecco: questo è lo stato d’animo del tipico millennial italiano.
Sa di essere innegabilmente messo molto male ma, nel contempo, crede che non debba per forza essere così.
Quindi ci si sbatte, tra stage che assomigliano più al lavoro vero (guai però a chiedere soldi!), e offerte di lavoro vero che assomigliano più a stage con rimborso spese (che certi “fenomeni” ti chiedono addirittura di fatturare, aprendo la tua bella e falsa partita iva).
Ma sai che c’è? Il tipico millennial italiano, in questa situazione, si trova nel suo habitat naturale.
Sì, certo, la leggenda narra che una volta esistesse il mitologico POSTO FISSO… che però, per noi, è sullo stesso piano dei Supersayan e dei Draghi dei Targaryen.
Quindi testa bassa e via con la prostituzione professionale.
Ma che succede quando è un cinquantenne, magari manager, a ritrovarsi a nuotare nell’italico stagno lavorativo in cui sguazzano i millennials?
Apocalisse.
Prima c’è lo sdegno per essere stati cacciati dall’azienda in cui ha lavorato per venticinque anni.
Poi c’è la negoziazione della miglior buona uscita possibile, a ‘mo di iniezione di morfina.
E poi arrivano le crisi di identità.
Sì, proprio quelle.
Perché il cinquantenne, nel suo lavoro ha la sua identità: hai mai fatto caso che alla domanda “chi sei?”, 8 su 10, ti rispondono con il proprio job title?
E sai perché succede questo?
Perchè il tipico manager cinquantenne italiano considera la formazione come un onere rigorosamente a carico dell’azienda, non ha tempo da dedicare allo sviluppo delle proprie soft skills, ma soprattutto… ritiene che la responsabilità delle sue sciagure sia da ricercare al di fuori di sé.
La colpa è del mercato, della crisi, del governo e dei due leocorni.
Recentemente, parlando con un manager italiano ad alti livelli di una multinazionale tedesca (che peraltro sta tagliando pesantemente sul personale), sono stato colpito da una frase: 《Ho appena ottenuto una promozione e ultimamente il lavoro sta andando alla grande. Di solito, quando le cose funzionano per un bel periodo, c’è da aspettarsi nel breve termine un bel giro di vite. Per questo mi sono iscritto a 18 mesi di [corso di formazione], così quando arriverà il momento, potrò puntare alla Dirigenza》.
In previsione degli inevitabili tagli, si sta (ancora!) formando, non tanto per sopravvivere ma per ottenere una promozione.
Quando si dice affilare la lama in tempo di pace.
Infatti, tutto sta nell’approccio che si decide di adottare.
Partiamo dal presupposto che cercar lavoro, oggi, è terribile.
Per questo serve rovesciare il discorso: non cercare lavoro, ma lavorare per farti trovare da esso.
Come?
È più facile di quanto pensi, e per di più (stacchetto pubblicitario!) in cinque comodi punti:
  1) non sottovalutare le tue soft-skills: tutti siamo “studiati”, tecnicamente preparati in ciò che facciamo.
Per non essere considerati soltanto in funzione della preparazione tecnica è fondamentale lavorare ai fianchi, portando con sé uno zaino pieno di abilità collaterali capaci di porci su un livello diverso rispetto agli altri professionisti con cui, prima o poi, ci troveremo a confrontarci;
  2) sii sempre nella condizione di valutare nuove opportunità: non sai come esse ti si presenteranno dinnanzi, ma puoi metterti in tutte quelle situazioni che ne favoriscono la fioritura.
Eventi, e aperitivi di networking sono una vera miniera, non tempo perso… sfruttala!
Se ti promuovi mentre non stai cercando lavoro, sarai più forte e potrai davvero scegliere solo il meglio per te;
  3) non essere il migliore! Le risorse e le energie necessarie a primeggiare in qualsiasi contesto sono immense e sempre insufficienti. È sufficiente diventare, ogni giorno, sempre più bravo in qualcosa di ben specifico.
Formati continuamente, seguendo i trend del mercato e le tue curiosità, ascolta podcast in grado di darti valore, prevedi nel tuo budget la partecipazione ad almeno un corso di formazione all’anno;
  4) posizionati definendo la tua identità professionale: cosa fai? per chi lo fai? in che modo? E comunicalo!
  5) dai valore: puoi aiutare un tuo contatto in qualche modo? Fallo. Non chiederti cosa puoi ottenere dalla tua rete di contatti. Chiediti come puoi offrir loro del valore.
Ciò che ti tornerà indietro è sproporzionatamente più grande.
In conclusione: che ne sa un millennial del mercato del lavoro?
Nulla.
Però, caro mio, dubito che tu che mi leggi ne sappia qualcosa in più di me, indipendentemente da quanto in alto tu sia nella tua piramide aziendale.
La verità è che è un caos.
In un mercato in cui l’unica certezza è l’assenza di certezze, resta solo una cosa da fare: essere certi di poterla sempre spuntare in virtù del valore che possiamo apportare.
Sei tu che offri la tua professionalità, le tue abilità e il tuo tempo: più queste sono di qualità, meno dovrai preoccuparti di cercare lavoro.
Le aziende ti “offrono” solo la possibilità di produrre per loro una quantità di denaro che supera di dieci volte il tuo stipendio. Eppure gli annunci di lavoro si chiamano “offerte”…
Investi su di te… e non farti fregare!

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